Letti in un sorso
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Concorso letterario Santa Margherita
IL PIACERE DELLA LENTEZZA

Quando rientro dal mio fine settimana è sera tardi. La casa è buia e silenziosa, esattamente come il mio animo, stanotte. Accendo la luce, abbandono il borsone sulla poltrona, aggancio quasi con fastidio la giacca all'attaccapanni. Mi sbarazzo di chiavi e cellulare e mi dirigo in cucina. Non ho cenato, il che acuisce il malumore inspiegabile che galleggia in me come un siero carico di tossine. Indago sul contenuto del frigo, alla ricerca di qualcosa da consumare in fretta e che non debba cuocere. Agguanto del formaggio avvolto in una stagnola e del salame, cerco del pane ancora commestibile. Poi mi siedo, per consumare meccanicamente e svogliatamente il mio pasto, al solo scopo di non restare sveglia per i morsi della fame. Resto in piedi, col sedere appoggiato al tavolo e lo sguardo abbandonato in un punto privo d'interesse di fronte a me. Poi mi volto per prendere un bicchiere ed allora la vedo. Come il particolare misterioso del rebus che di colpo si rivela alla nostra attenzione, facendoci chiedere come abbiamo potuto non vederlo prima. Un concentrato d' amore messo sul ripiano della dispensa, come una statua imponente che domini il paesaggio di una valle. Una bottiglia di vino. Vino nero, come lo chiama mio padre. In effetti è così scuro che è difficile vederci davvero la tonalità del rosso. C'è un biglietto appeso, legato con un piccolo pezzo di spago marrone. So già che è il risultato di una delle incursioni silenziose di mio padre in casa mia, mentre non ci sono. Di solito viene per curare il giardino, ma nonostante lo sappia sono stupita, e curiosa di conoscere il contenuto del messaggio. Lo stacco dallo spago e leggo. "La fretta spesso ci fa tradire i piaceri della vita. Questa bottiglia racchiude un piacere che non ammette di essere trascurato. Siediti, sorseggia, e ricordati delle nostre serate davanti al camino a parlare. Riesci a vederle? Io sì. È il tuo preferito, assaggialo: quest'anno credo di aver superato me stesso." Accarezzo la bottiglia come se fosse un volto di persona amata. Indugio qualche istante e chiudo gli occhi lasciando scivolare dalle labbra un sorriso. Di colpo mi sento stupida ed il malumore svanisce. Scosto la sedia, copro il tavolo con una tovaglia e apparecchio. Metto su della musica. Stappo la bottiglia e verso il vino in un calice largo. L'annuso e poi bevo. Un dolce calore mi si propaga in gola, una deliziosa danza di gusto e piacere che mi si attacca alle pareti del cuore. Di colpo mi sento bene e il passato rivive qui nella mia cucina. Mi cullo per un po' nella sua magia e poi vado in salotto, portandomi dietro il calice col vino. Prendo il cellulare e mi siedo. "Avevi ragione: questa volta ti sei superato. Sarebbe bello potersi fermare una sera ad assaporare questa poesia insieme a del buon cibo. Accenderò il camino." Digito invio e mi lascio andare sullo schienale. Improvvisamente felice.

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