Letti in un sorso
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Concorso letterario Santa Margherita
LA CANTINA DEL CONTE

La macchina percorre gli ultimi chilometri. Presto sarebbe arrivato a Villa Eleonora. Davide Venezia assapora quei momenti: li immagina da più di vent’anni. Lascia la macchina proprio sotto al grande scalone dell’ingresso principale. È fiero del suo gesto di sfrontata arroganza: non si è fermato nel parcheggio degli ospiti. Perché il giovedì successivo Villa Eleonora sarebbe diventata sua.
Sale i gradini lentamente, la prima volta era stata nel ’65, lui aveva un’impresa di pulizie, il conte Barenghi aveva ristrutturato dei locali e lui doveva tirare tutto a lucido. Era entrato subito nelle grazie del conte.
Aveva potuto osservare la classe, l’educazione, la cultura di chi sembrava vivere all’interno di una fiaba. Il conte sorrideva e Davide Venezia riduceva le distanze con rabbia e determinazione. Qualche anno più tardi venne addirittura invitato a una festa. Era già un imprenditore di discreto successo. Ma non era uno di loro.
Fu allora che decise che un giorno lui quella villa l’avrebbe comperata. Il destino gli stava dando più che una mano: il conte non era certo un buon amministratore. Quando sua moglie morì cominciò a perdere interessi e voglia di vivere. Ma il destino, si sa, bisogna aiutarlo.
Ed ecco Davide Venezia che assiste il conte, lo consola, gli dice che deve trovare nuovi stimoli, un ristorante, per esempio, e poi l’albergo del paese. Il conte ne esce con le ossa rotte. Ma c’è sempre Davide che gli consiglia investimenti in borsa, purtroppo sbagliati, è ancora lui a presentargli una bella ragazza polacca, conosciuta in un night. Adeguatamente ripulita, la spaccia per una sfortunata ragazza-madre. Il conte è solo, si innamora, la aiuta ad aprire un negozio, le presta del denaro, fino a quando lei sparisce nel nulla.
Sono passati ventidue anni da quel 1965. Il conte non può più permettersi Villa Eleonora. E come sempre c’è Davide a tendergli la mano. Ora è nell’atrio. Nel suo atrio. Il conte Barenghi lo ha invitato a cena, e lui è l’ospite per l’ultima volta. Alla fine della cena gli mostrerà tutto, gli racconterà la storia della sua famiglia. Ma soprattutto lo porterà nelle cantine. Davide Venezia ha un debole per i grandi vini. Non ha mai posseduto una cantina e quella del conte sarebbe stata il suo nuovo regno, il luogo in cui festeggiare il suo trionfo.
Il conte lo aspetta nel salone. È sereno, sorride.Antipasto: pesce crudo e ostriche bagnate prima da una bottiglia di Veuve Cliquot e poi da uno Chardonnay. Poi risotto con tartufi (Dolcetto d’Alba) e agnolotti con ragù di stufato d’asino (Barbera). La conversazione scorre come il vino. Il conte racconta la storia di Villa Eleonora. Filetto in crosta (Brunello di Montalcino). Ripensa a sua moglie e di come si sono innamorati. Davanti alle melanzane ripiene (Nero d’Avola) confessa il suo rammarico per non aver avuto figli. Il carrello dei dolci è un trionfo: almeno sei regioni italiane sono degnamente rappresentate, fino alle isole più remote (Pantelleria) per il vino da dessert. Davide Venezia è annebbiato da questa cavalcata eno-gastronomica. Il conte ricorda di come ha aiutato i figli dei contadini della zona. “Bravo stupido”, pensa Davide “adesso li rimpiangi i soldi buttati in giro”. Ma le parole del suo ospite gli arrivavano ovattate. “Vogliamo andare in cantina?” Davide si alza di scatto ma, brillo com’è, sbanda vistosamente. Davanti alla vecchia porta di legno li aspetta Paolo, il giardiniere. Ha in mano un grosso mazzo di chiavi. Il piccolo corteo scende una rampa di scale, percorre un ballatoio e ne scende una seconda. Un arco li introduce in un grande spazio. La cantina! La sua cantina! “Questa è la prima stanza, qui teniamo il vino che beviamo abitualmente”. Il conte versa un bicchiere di Gutturnio. “E’ un vino sottovalutato, va servito un po’ più fresco degli altri. E’ un ottimo inizio per l’itinerario che voglio proporle”. L’altro, eccitato, vuota d’un fiato il bicchiere. Poi raggiungono una porta di ferro, che Paolo apre con aria solenne. Riprendono a scendere, fino alla stanza dei tesori. Sei metri per otto, alta almeno quattro ai lati con una volta centrale della quale si intravede a malapena la sommità. Più una cripta che una cantina. Lungo le pareti, in perfetto ordine, centinaia di bottiglie, tutte catalogate. Davide non crede ai suoi occhi. “Se il conte le avesse vendute tutte avrebbe potuto salvarsi!” “Questo è l’angolo della Borgogna”. Paolo apre una bottiglia, la assaggia, poi riempie un calice a Davide che è in preda a un torpore che si alterna a euforia. In fondo allo stanzone c’è una nicchia con un tavolino e due sedie. “L’angolo della degustazione. Ho pensato di chiudere questo percorso con il mio vino più prezioso. Il re di questa cantina.” Davide Venezia spilucca del parmigiano, sperando di riprendersi. “Eccolo: il Barolo del 1964!” Il calice sembra illuminato, colori e profumi nel ventre della terra, protesi verso il cielo. Anche il conte, che aveva bevuto pochissimo, assapora lentamente. Davide chiude per un attimo gli occhi. Tutto gira, il conte, i vini, la prospettiva. Cerca di spostare la sedia ma è fissata al pavimento. “Lasci fare a me, signor conte” dice Paolo con gentile fermezza. Un rumore di catene, uscite da chissà dove, e poi Davide sente il freddo del ferro sui polsi e sulle gambe. Gli occhi sbarrati, la stanza che gira, il conte che lo guarda senza parlare. Paolo si allontana . Davide biascica qualcosa ma il conte non gli risponde, continuando però a guardarlo negli occhi. Con dolcezza, con malinconia. Il giardiniere ritorna con un secchio e una cazzuola. Vicino alla nicchia c’è una grande tela color iuta, Paolo la sposta. Sotto ci sono dei mattoni. L’uomo comincia a lavorare. Venezia non crede ai suoi occhi: “E’ uno scherzo, vero?” Poi minaccia, supplica, urla, bestemmia… Il livello dei mattoni si alza. Non vede più il conte. Poi, nemmeno Paolo. L’ultima cosa che guarda è la bottiglia di Barolo del ’64, con il calice mezzo pieno che scompare nell’ultimo taglio illuminato nel quale danzano granelli di polvere.

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