Letti in un sorso
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Concorso letterario Santa Margherita
VINO

E’ bella la primavera a Mitilene, nell’isola di Lesbo. Il verde pallido degli ulivi si staglia contro il cielo blu, le coste dell’Asia, al di là del mare, sembrano così vicine che sembra di poterle toccate tendendo la mano. Alceo sente nell’aria il profumo delle viole: “vestita dei suoi fiori sentivo arrivare primavera: fate presto, di dolce vino riempite un cratere…”
E’ tornata la bella stagione, bisogna festeggiare. L’inverno è stato freddo, rigido. Può accadere, a Mitilene: ci sono anni in cui in gennaio, febbraio, le nubi si fanno minacciose, piene di acqua, il vento soffia forte, i fiumi si coprono di ghiaccio. Le giornate sono corte, durante i lunghi inverni, le serate sono lunghe e buie, Ma Alceo sa come affrontarle: “accendi il fuoco, versa senza risparmio vino di miele; fascia le tempie di morbida lana”. Il vino è un buon antidoto, non solo al freddo, anche al dolore: ”alle sventure non pieghiamo il cuore. A cosa serve mai, Bacchys, soffrire? Il farmaco migliore è il vino: su, beviamo…”. I momenti di marezza non mancano, nella vita di Alceo, e sono spesso legati alle alterne vicende della tumultuosa vita politica dell’isola.
Alceo è un feroce avversario di Mirsilo, l’odioso tiranno, alleato dell’infame Dinomene e di Pittaco, il bastardo (“dai cattivi natali”, in un verso di Alceo). La lotta è pesante, gli avversari troppo potenti: per evitare la loro vendetta, Alceo è costretto a recarsi in esilio a Pyrra. Fino al giorno in cui, finalmente, “Mirsilo è morto, evviva, ubriachiamoci!”. Il vino è essenziale, nei festeggiamenti.
Sono molte le occasioni in cui si beve vino, in Grecia. Il vino è socialità: si bene volentieri, in compagnia. A sera, nelle piccole città - poco più che villaggi - gli uomini si riuniscono, parlano, ascoltano la musica, guardano le ragazze ballare. Perché la festa cominci, è necessario il vino: “Perché aspettare le lampade? Di luce, ormai, resta soltanto un dito: prendi le grandi coppe decorate. Dioniso, il figlio di Semele e di Zeus, ha fatto dono agli uomini del vino, oblio dei mali. Mischia una parte d’ acqua e due divino, riempi le coppe, brinda…” Così Alceo.
Circa una generazione più tardi (siamo nella seconda metà del VI secolo a.C) Anacreonte, di Teo, ricorda l’importanza del vino nelle battaglie d’amore: “Porta l’acqua, ragazzo, porta il vino, porta fiori in ghirlanda, porta tutto. Io voglio fare a pugni con Amore.” Ma è un uomo saggio, Anacreonte, sa che del vino si può fare buon uso e cattivo uso. Chi eccede, non si controlla e si ubriaca diventa fastidioso, irritante, volgare.
Niente di male, a bere, anche in abbondanza. Ma senza esagerare: “Su ragazzo, fa presto, porta una coppa: unisci dieci mestoli d’acqua, cinque di vino. Voglio fare un baccanale, ma con misura. Non voglio né rumori né schiamazzi. Non facciamo una bevuta scitica!
Piccoli sorsi, in mezzi a canti belli.” C’è un galateo del vino, insomma, in terra greca: non bisogna mai sbronzarsi.
Teognide, nato a Megara attorno al 580 a.C., autore di in una sorta di manuale di buoni principi dedicato al giovane Cirno, insiste sull’importanza del controllo e della temperanza: “è così buono il vino, ma chi si ubriaca non mi piace.” Il che non significa, come è ovvio, che si debba rinunziare al piacere di bere. Ci mancherebbe altro. Ma “chi nel bere ha misura non è cattivo, è buono”. Teognide ne ricava una morale: “per gli uomini, sta tra due brutti estremi il bene: sete che spossa e sgradevole ubriachezza. Starò nel mezzo: non mi convincerai a bere troppo, ma neppure a non bere.” Come sempre, per i greci, il problema è la misura. Durante i celebri banchetti, il vino scorreva in abbondanza, si mangiava e ci di divertiva, per rallegrare i convitati venivano convocate flautiste e danzatrici…. ma non era il momento della baldoria.
Di lì a oltre un secolo, a ricordarlo è Platone. Durante un banchetto (raccontato nell’omonimo dialogo), mentre gli invitati discutono dell’Amore, ecco irrompere Alcibiade, come sempre eccentricamente abbigliato, che si regge a stento sorretto dalle gambe malferme. Ha bevuto, e subito chiede altro vino. Tra la riprovazione generale prende comunque posto tra i convitati, e quando inizia a parlare pronuncia un lungo, appassionato elogio di Socrate, ricordando tra che i tanti pregi del filosofo (di cui dichiarava di essere innamorato), sta la capacità di saper bere più di chiunque altro, senza mai ubriacasi. Alcibiade e Socrate, due esempi opposti: il cattivo e del buon uso del vino.



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