Padre e figlio salirono a bordo del piroscafo tra gli ultimi. Bastià si voltò a guardare verso il molo, scorse i parenti della moglie, emigrati in Cile una decina d’anni prima, che lo salutavano commossi. Fece appena un cenno, e poi andò a cercarsi un posto sul ponte, dove sistemare Tonino al riparo dal sole e soprattutto il sacco di tela con dentro tutte le loro speranze. Quando sciolsero gli ormeggi e il piroscafo iniziò lentamente a staccarsi dal porto, Bastià osservò l’assolata Valparaíso nel pieno dell’estate australe, e pensò: “Da noi starà nevicando, adesso… Bene, almeno sarà il freddo, a proteggere le mie povere viti superstiti”.
Il Capodanno del 1900 lo trascorsero doppiando Capo Horn. Là dove il Pacifico e l’Atlantico si scontrano, in un’incessante lotta che scatena tempeste, Tonino andò spesso a rigettare fuoribordo quel poco di cibo dovuto ai passeggeri in coperta, e Bastià gli teneva la testa, raccontando per distrarlo: “Sai, c’è una leggenda: sotto questi abissi, il diavolo è rimasto incatenato, e tenta di liberarsi, per questo il mare è sempre agitato”. Poi tornava nell’angolo al riparo di una scialuppa, dove ogni tanto spruzzava con le dita un po’ d’acqua sui fagottini di pezza da cui spuntavano piccoli ceppi di radici contorte. Lì dentro c’erano i suoi preziosi “portainnesti”, avvolti in grumi di terra, quella terra sabbiosa delle Americhe, arena compatta del Sud alla fine del mondo, capace di renderli immuni alla filossera. “Buon anno, papà”, gli disse Tonino pulendosi la bocca. Intanto, i passeggeri delle cabine, “i signori”, festeggiavano stappando champagne, e Bastià sentiva ancora in bocca il sapore dell’ultima bottiglia di barbera, anzi, la “penultima”, perché ce n’era ancora una, nella sua cantina, e l’aveva tenuta per celebrare la speranza ritrovata, la resurrezione delle sue viti. “Chissà”, si chiese, e subito scacciò l’ombra dello scoramento, dicendosi: “I francesi l’hanno capito per primi, la soluzione è questa”, e accarezzò il sacco con dentro il futuro.
Mar del Plata, Montevideo, Rio de Janeiro, e poi la grande traversata dell’oceano, primo scalo a Capo Verde e quindi alle Canarie, e finalmente… lo stretto di Gibilterra. Mesi di navigazione con un unico pensiero in testa: i portainnesti da tenere in vita. E Tonino da tenere a bada quando in ogni porto aveva chiesto perché tutti scendevano tranne loro… “Non posso lasciarli qui e neanche portarmeli in spalla, potrebbero morirmi”, era stata sempre la risposta di Bastià, indicando il sacco umido.
Quando sbarcarono a Genova, Tonino era euforico, e Bastià cupo e teso: ora veniva il peggio, secondo lui. Le ore di treno lo preoccupavano. I portainnesti, le radici della nuova vita, avrebbero potuto subire traumi irreparabili. Il giorno dopo, erano a casa. I racconti delle meraviglie li lasciò tutti a Tonino, lui abbracciò la moglie in lacrime, strinse a sé le due bimbe piccole, e poi si precipitò nelle vigne, a tentare di compiere il miracolo…
Era stato un piroscafo a vapore, a diffondere la peste. Nel 1869 da chissà quale stiva sbarcò anche un insettino pressoché invisibile, un pidocchietto, un afide. La filossera, creatura americana, che alle viti portate dai Conquistadores spagnoli non aveva potuto fare grossi danni grazie alla terra sabbiosa, in Europa divenne un flagello, provocò una carestia, corrose le radici e uccise tutti i vigneti partendo dalla Francia ed estendendosi al resto del continente. Non c’era veleno che la potesse debellare. Nel giro di pochi anni molti vitigni originali erano scomparsi per sempre. In Italia la peste della filossera era arrivata più tardi, ma con effetti altrettanto devastanti. Il vino sembrava dover diventare un ricordo del passato. Ma i francesi scoprirono la cura: il cammino a ritroso della vite. Importare radici dal Sudamerica dove le piante avevano sviluppato le difese diventando immuni alla filossera, le viti discendenti da quelle che tre o quattro secoli addietro avevano varcato l’Atlantico su caravelle e galeoni avrebbero ridato vita alle lontane progenitrici. Da lì in avanti, tutto il vino d’Europa avrebbe avuto origine dalle viti sudamericane. Funzionava. E Bastià ci provò.
Passò la primavera, con la famiglia intera che scrutava le ferite degli innesti e i deboli germogli, poi in estate le poche foglie e qualche tralcio misero, e infine un altro lungo inverno, a pregare e a fissare quell’ultima bottiglia di barbera. Ma all’arrivo della nuova estate, Bastià le tirò il collo: brindarono alla resurrezione. In settembre, i grappoli non furono molti, ma sani. Il dannato pidocchietto si era rotto i denti contro i portainnesti del lontano Cile. Che strana la vita, pensava Bastià, e che strana la vite: dopo tanti secoli a dire che laggiù potevano al massimo fare un po’ d’aceto, e adesso, guarda qua, se abbiamo ripreso a vendemmiare e a pigiare l’uva sotto i piedi scalzi, lo dobbiamo agli emigranti.
Biografia
Cresciuto a Chiavari, si è trasferito a Bologna nel 1975 per frequentare il DAMS, negli anni 80 ha trascorso lunghi periodi all'estero, soprattutto in Messico, paese dove ha ambientato molti dei suoi libri di narrativa e saggistica, tra i quali ricordiamo Puerto Escondido (1990), da cui Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo; San Isidro Futbòl (1991) da cui è stato tratto il film Viva San Isidro. Il suo libro più recente è “Un po' per amore un po' per rabbia”, anche questo edito da Feltrinelli. Particolarmente intensa è anche la sua attività come traduttore.
« Cacucci è un artigiano, un costruttore di trame, di atmosfere e di personaggi » (Federico Fellini)