VINO È FIGLIO UNICO
Sara Falasca
Vino è figlio unico. Un banalissimo errore all'anagrafe e quello che doveva essere un ragazzo pieno di vita (Vito, appunto) era diventato pieno d'uva.
Vino è figlio unico e non ama il vino. Aveva provato ad assaggiarlo da bambino, incuriosito dal fatto che portasse il suo stesso nome e ne era rimasto disgustato. Da allora non l'aveva più toccato, un paradosso che gli era costato un'adolescenza piena di derisioni e canzonature. Il suo era ormai un rifiuto psicologico nei confronti di quella bevanda, che i suoi coetanei sorseggiavano maldestramente durante feste, cene e aperitivi.
In famiglia la situazione non era migliore: ogni occasione era buona per fare una battuta su quello strano scherzo del destino. I suoi genitori sembravano così divertiti dalla situazione che Vino iniziò a sospettare che non ci fosse stato nessun errore. Come avevano potuto chiamarlo così? Avrebbe desiderato un fratello, qualcuno meno originale di lui che potesse normalizzare la sua vita domestica. Non era piacevole essere unici. Non era piacevole essere soli.
Il suo nome lo inibiva a tal punto che Vino faticava a conoscere persone e socializzare. Ogni volta che metteva una firma, aspettava pazientemente che chi leggeva il documento scoppiasse a ridere. Non riusciva proprio a prenderla con ironia e distogliere il pensiero dalla sua sfortuna. Passava giornate chiuso in casa a leggere e riflettere, immaginando una vita che era incapace di vivere. Questo isolamento sicuramente agevolò i suoi studi: in poco tempo, Vino si ritrovò con una laurea in lettere e un mondo del lavoro arido e inospitale nel quale farsi strada. Ormai adulto, aveva assunto un'aria stanca e rassegnata, che si abbinava perfettamente alla giacca di velluto sgualcita e alla sciarpa di lana grigia nella quale sprofondare quando si sentiva osservato. Il ritratto dell'eremita modello fu completo quando uno zio gli propose di andare a vivere nel suo appartamento, mentre lui era in viaggio alcuni mesi per lavoro.
Ci era riuscito: aveva finito l'università, non lavorava, viveva da solo. Era finalmente libero, fuori da ogni istituzione, lontano dalla burocrazia. Ma l'uomo si sa, non è esattamente fatto per la libertà.
Così ci pensò l'amore a farlo tornare in gabbia. Sì, Vino si innamorò. Vi domanderete come sia potuto accadere, vista la desolazione delle sue relazioni umane. La risposta è semplice: frequentando la biblioteca. Vino aveva l'abitudine di andarci quasi tutte le mattine e un bel giorno notò una ragazza seduta proprio davanti a lui. Aveva l'aria chic e dei vestiti color pastello. Probabilmente studiava filosofia visti i titoli dei libri che leggeva. Tutti i giorni, Vino la osservava e la sua solitudine esistenziale diventava qualcosa di sempre più fisico. Un vuoto che andava colmato.
Dopo due settimane, si fece coraggio e riuscì a chiederle: “Posso offrirti un caffè?”. Lei, che quasi non ci sperava più dopo mattinate passate a lanciare occhiate incoraggianti tra le pagine dei libri, azzardò: “Facciamo un bicchiere di vino stasera?”. Vino impallidì: si era completamente dimenticato del suo nome. “Ah, comunque piacere... io sono Uva”. Vino continuava a deglutire senza emettere suoni. “Oddio, non fare quella faccia.. si è trattato solo di un errore all'anagrafe. I miei volevano chiamarmi Iva come mia nonna… ma in fondo è andata meglio così: almeno non sono il 20% di qualcosa!”. Sorrise. E Vino sentì il suo cuore sussultare per quanto era bella. Uscirono quella sera stessa. Uva non era figlia unica, preferiva l'uva bianca a quella nera e andava fiera del suo nome. Vino decise di assaggiare un po' di prosecco dal suo bicchiere e ne ordinò uno anche per sé. Sicuramente non divenne mai un grande bevitore, ma capì che non aveva nulla da invidiare a chi si chiamava Mario Rossi: essere unici non era poi così male se trovavi qualcuno che riusciva ad apprezzarti. E a giudicare da quanto sorrideva, Uva doveva apprezzarlo parecchio.
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