NON TI DIMENTICHERO'
eve-marine dauvergne
Nella mia vita c'e' una bottiglia di vino che non potro' mai dimenticare.
Alla fine dell'intervista l'hai autografata per me ed io l'ho conservata preziosamente fino ad ora.
E' strano per me darti del tu. Ho abbandonato l'ambiguita' dell'inglese per adottare l'italiano delle emozioni e del cuore.
Quando la televisione ha annunciato la tua morte ho radunato attorno a me tutti i cimeli, quelli che mi parlano di te. Era un modo per trattenerti, anche se in verita' ero felice che le tue pene fossero finite.
Ricordo ancora come ho piansi nel 1989 alla notizia della morte di Samuel Beckett e lo sguardo peoccupato dei miei genitori turbati da questa eccessiva e preoccupante dimostrazione di sensibilita'.
Le lettere e le cartoline hanno alimentato l'affetto e l'ammirazione nei confronti di un uomo che ho avuto la fortuna di incontrare un pomeriggio di maggio del lontano 1992.
La giovane studentessa universitaria timida e un po' imbranata che ero e' scesa dal treno alla stazione di Paddington a Londra e si e' fatta una breve camminata a piedi per raggiungere la casa ove lavorava il maestro.
Non mi aspettavo davvero che fossi tu ad aprirmi la porta. Vestito di nero dalla testa ai piedi, capelli ormai grigi, occhiali e quella tua rinomata voce baritonale.
Sapevo che mi avresti intimidito. A onor del vero ero terrorizzata. Non c'era solo il capitolo finale della mia tesi in ballo, ma la paura che tu distruggessi quel mito letterario che avevo composto nella mia testa, che tu fossi veramente lo scorbutico e altezzoso scrittore che i giornalisti avevano dipinto. Le mie domande avrebbero suscitato una risposta? Mi avresti cacciato via indignato dalla mia irriverenza o ti saresti trincerato dietro un tuo ghiacciante silenzio?
Mi hai mostrato tutti i tuoi premi in bella mostra su di un lungo tavolo al piano terra e la libreria che ospita tutti i testi che i critici ti hanno dedicato. Piu' che una libreria, un'insieme che rincorre le tre pareti della stanza. Quanta mia soggezzione in questa prima dimostrazione di potenza...
Mi hai guidato al piano di sopra e ti sei seduto in fondo allo studio su di una sedia a dondolo. Le mie mani erano madide di sudore, ho guardato attorno a me e mi sono seduta ... sul tavolino dei drink che ho preso per uno sgabello adatto alla mia modesta condizione. Mi hai fatto notare gentilemente che quello era il posto della bottiglia di bianco italiano che avevi prelevato dal frigo in mio onore.
E che onore.
Confusa e arrossita, mi sono spostata verso una poltrona posta dietro al tavolino, una poltrona ancora piu' bassa del tavolino stesso.
Diversi anni dopo, ho scoperto con piacere e con un po' di vergogna che hai ritenuto opportuno di raccontare questo aneddoto al tuo biografo ufficiale. Sono felice che tu abbia parlato di me nel libro e si' - me lo hai chiesto ed io ho finto di non capire bene il senso della tua domanda - ho trovato il riferimento e ho capito che era rivolto a me ma non volevo darti la soddisfazione di ammetterlo.
Ti ho rivolto tutte le domande della mia lista e hai risposto a tutto.
Ti sei alzato varie volte dalla sedia per versarmi quel vino.
Quando la bottiglia e' rimasta vuota, ho capito che anche l'intervista era finita.
Mi hai riaccompagnato alla porta e sono tornata a piedi a Paddington, leggermente ubriaca con in mente le parole e la musica di una certa canzone dei Police. Anch'io camminavo sulle nuvole.
Grazie, Harold.
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