Y.
Mirko Cetrangolo
Marcello mi guarda, quasi con aria di sfida.
“Butta giù, coraggio!”
Ride, e il tavolo ride con lui. È un gioco che fa spesso, soprattutto quando a cena c'è gente che non conosco. Questa sera non è accompagnato solo da Giulia, ma con loro c'è un'amica. Alice, mi pare. Devo aspettare che uno dei due ripeta il suo nome, così da esserne sicuro.
“È il mio compleanno e se non bevi è la volta buona che mi offendo.”
Ha versato del vino nel bicchiere più piccolo. Spesso dico al cameriere di toglierlo, ma questa volta me ne sono dimenticato. Mi viene naturale girarmi verso quella che penso si chiami Alice e sorrido imbarazzato. Errore: la mia velata richiesta di far cadere l'argomento senza dare spiegazioni aggiuntive non viene capita. Con un leggero sospiro prende l'aria necessaria per pronunciare quelle poche parole che speravo non uscissero dalla sua bocca.
“Perché non bevi? Sei astemio?”
“Non è astemio, è riguardoso. Certo, non verso il trentaduesimo compleanno di un suo amico.”
Voglio bene a Marcello. L'ho conosciuto appena arrivato in Italia, e per un lungo periodo è stata l'unica persona che faceva allontanare la solitudine dalla mia nuova vita. Mi conosce, e ha ragione: anche a migliaia di chilometri di distanza, mi sento in dovere di obbedire alle parole silenziose di mio padre. Non è una questione religiosa, ma di tradizione e riverenza.
“Dai Yusuf, fallo per lui. Una volta sola, che sarà mai?”
Giulia si sposta una ciocca di capelli dietro l'orecchio sinistro mentre mi avvicina il bicchiere con l'altra mano. Questa sera sembra che il gioco non si fermi dopo una risata in compagnia.
“Alice, convincilo tu.”
Bene, almeno non mi sbagliavo con il nome.
“Diglielo tu che un bicchiere non può che fare bene. Alice è una dottoressa, sai?”
“Pediatra, veramente.”
Quando ride le si formano delle piccole fossette. È bella, Alice.
“Non mi capita spesso di parlare di vino con i miei pazienti. Però, ecco, un bicchiere al giorno...”
“Non era una mela?”
“Una mela, un bicchiere di vino, un piatto di pasta. È lo stesso, no?”
“Non saprei, ma se lo dice una dottoressa...”
La discussione va avanti, ma perdo il filo. Guardo il bicchiere e ricordo che qualcuno una volta mi ha detto che il sapore dell'Italia è il sapore del suo vino. Poi il pensiero viaggia fino alla cucina della casa in cui sono nato, alle mie sorelle, a mio nonno. Ognuno è figlio del proprio passato e il passato, lo sappiamo, non si cambia. E non voglio cambiarlo, perché sono fiero di come sono. Sono fiero dei miei sogni, dei miei difetti, perfino delle mie incertezze. Il passato non si cambia e qualcuno dice lo stesso per il futuro. Ma se siamo solo delle locomotive che vanno all'impazzata su un binario con la strada già segnata, che ne resta della nostra vita? Se sappiamo che esistono già gli occhi che ci faranno innamorare, che senso ha cercarli per le vie delle nostre città?
Per un attimo mi ero quasi illuso che si fossero dimenticati di me.
“Quindi che fai, lo butti giù o no questo bicchiere?”
Marcello avvicina il bicchiere al mio naso. Posso sentire l'odore del vino. È forte, o almeno così sembra alle mie narici non abituate. Prendo in mano il bicchiere e, involontariamente, mi ci specchio dentro: è nero, quasi come la mia pelle.
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