UNA VITA A COLORI
Silvano Tommasoli
Aprì la porta. Finalmente a casa! Mancava da tanto, per quei suoi continui viaggi di lavoro attorno al mondo, ma adesso voleva godersi, in pieno e per almeno due settimane, la sua casa. La sua casa? Ma quella non era casa sua! Appena varcata la soglia, se ne rese conto: l'ingresso, che lui aveva lasciato con i muri spatolati di un bel rosa antico, adesso aveva le pareti bianche, candide. E i mobili, l'elegante divanetto su cui appoggiava sempre la sua cartella entrando in casa, sì, era lo stesso ma la seduta non era mai stata tutta nera. La ricordava rossa gialla verde blu, in un'ardita composizione di colori tracciata da un grande creativo contemporaneo, e lui l'aveva acquistato innamorandosi a prima vista proprio di quel cromatismo tanto spinto.
Trattenendo il respiro percorse in un attimo il suo miniappartamento di 60 metri quadrati in centro a Milano. Tutto bianco e nero, tutto bicromatico, tutto uguale a come l'aveva lasciato, salvo i suoi amati colori, che aveva scelto con cura e rispetto. Sì, perché lui, come manager di una grande casa che produceva pellicole fotografiche a colori, aveva contribuito in qualche modo alla morte del bianco e nero ma, meglio così, aveva raggiunto una posizione di gran prestigio in Azienda e poteva ben dire che al colore doveva tutto e per questo lo rispettava. O, forse, questa era la nemesi del colore fotografico tradizionale, che ormai era stato definitivamente soppiantato dalla tecnologia digitale. E lui non aveva fatto nulla, per opporvisi!
Quei bei colori saturi, pieni, che solo pochi anni fa riscaldavano gli occhi e il cuore, oggi violentati dalla freddezza dell'hi-tech.
Sentì il bisogno di un bicchiere di vino, del suo solito rosso morbido e avvolgente. Entrò nella cucina, e aprì il refrigeratore climatizzato compatto dove conservava sei bottiglie di rosso, sempre a disposizione senza scendere in cantina. Ne aprì una, odorò il tappo di sughero e si riempì le narici di un profumo perfetto, insostituibile. Cominciò a versarlo in un calice largo, ma subito inorridì. Niente colore, niente rosso! Stappò con ansia forsennata le altre cinque bottiglie, una dopo l'altra. Incolore, anche il vino era senza colore! Il suo vino era senza colore, a lui che amava il colore.
Di più, a lui che viveva di colore e di colori.
La sua vita, come la sua casa era un trionfo di colori ben accostati. Anzi, la sua casa era stata un trionfo di colori; adesso non più, la guardava attraverso le porte aperte standosene sconsolatamente accasciato sul divanetto dell'ingresso e vedeva una casa in bianco e nero, elegante ma triste, come una di quelle foto di Man Ray. Gli sembrò quasi di non essere a casa sua.
E se fosse stato così? Certo, distrattamente era salito al quinto piano anziché al sesto, e quello poteva benissimo essere l'appartamento di quell'omino sempre vestito di grigio, che faceva il contabile da qualche parte… Senza riflettere, ancora con il calice in mano, si precipitò fuori dell'uscio ma, inesorabile, sulla porta d'ingresso lesse il suo nome. Nome e cognome.
Sconsolato, come non fosse casa sua, suonò il campanello.
Il suono della sveglia lo costrinse ad aprire gli occhi nella sua bella stanza da letto, coloratissima e inondata dal sole. La solita, allegra coperta mille colori lo avvolgeva morbidamente.
Vai all'archivio
Sottoscrivi l'RSS del racconto del giorno