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Concorso Letterario Santa Margherita
L'ISOLA CHE NON C'È
Manuela Della Corte

L'inverno è arrivato così, come d'un tratto, in questa fredda giornata di dicembre; il sole l'ha illuminata per quanto ha potuto, con una luce così pallida che è svanita in sordina, e il pomeriggio è scivolato nella sera senza l'intermezzo dorato del tramonto.
Adesso il cielo è nero e l'aria gelida mi punge le guance e le orecchie. La malinconia punge più forte però, e si infiltra come aghi di ghiaccio tra le ciglia.

Scorgo la piccola enoteca solo quando le passo accanto: la porta a vetri rivela un locale dalle luci basse, con il bancone di legno scuro e le pareti foderate di bottiglie: “L'isola che non c'è”, dice l'insegna, e io penso che è proprio lì che voglio andare stasera.
Il trillo leggero di un campanello saluta il mio ingresso, come a darmi il benvenuto. Mi arrampico su uno sgabello, e allento appena il bavero del cappotto e il nodo della malinconia.
Ordino un assaggio di formaggi e un bicchiere di vino.
“Che vino preferisce?” mi chiede l'uomo dietro al banco.
“Un bianco, fresco e frizzante, che mi faccia dimenticare che è inverno”, rispondo io, e lui mi guarda come se mi leggesse dentro e capisse assai di più di ciò che dico.

Adesso ho davanti a me delle scaglie di formaggio dal profumo intenso e un calice che sembra un tulipano, con lo stelo sottile e il corpo che si apre come un fiore, pieno fino a metà di un vino leggero e spumeggiante che sa di primavera.
Prendo il bicchiere tra le dita, poi lo alzo contro la luce di una lampada e mi incanto a guardare tutte quelle bollicine che si arrampicano, si moltiplicano e si rincorrono in una frenetica danza.
C'è gente intorno a me, e conversazioni che si intrecciano, ma io vedo soltanto la trasparenza di questo liquido pallido e l'effervescenza del suo perlage che, come un ventaglio, lo muove nel bicchiere.
Ne bevo un lungo sorso, che mi scioglie la gola e i pensieri.

Dove sei tu adesso?
Forse anche tu stai bevendo del vino in questo momento, mentre parli con lei di cose insignificanti o mentre mangi in silenzio, fissando il televisore per non essere costretto a conversare.
O forse siete usciti stasera, e lei potrà mettere il suo braccio nel tuo e camminarti a fianco.
La invidio, ma non ti invidio, perché so che neanche tu vorresti essere lì dove sei.

Bevo ancora, a piccoli sorsi, e il vino continua ad essermi amico alleggerendomi la testa fino a farmi immaginare una serata diversa.
Siamo insieme, tu e io. Come dovrebbe essere, come sarebbe giusto che fosse.
Io rovescio la testa all'indietro in una risata felice e tu mi baci il collo e la bocca e gli occhi e i capelli. Mi dici che ho il sapore della vita, mi sussurri che solo con me puoi lasciarti andare ad essere quello che sei. E in quell'attimo ci abbandoniamo a credere di essere due ragazzini liberi e coraggiosi, e di potere stare insieme per sempre.

E' tardi, devo andare; a casa si staranno chiedendo che fine ho fatto.
Mando giù l'ultimo sorso, e mi viene da sorridere al pensiero che questo vino un po' mi rassomiglia: anche i miei sogni, leggeri e inconsistenti come le sue bollicine, svaniscono nel nulla non appena toccano la superficie; eppure non smettono mai di riaffiorare e, in un perlage inesauribile, continuano a muoversi e a muovermi, a vivere dentro di me e a farmi sentire viva.
“Sono più fortunata di tanti”, mi dico tra me.

Sorrido ancora quando saluto l'uomo dietro al banco.
Lui mi guarda intensamente per un attimo, poi solleva un braccio e mima un brindisi immaginario.
“Ai sogni”, mi pare che dica, ma forse è solo la mia voce quella che sento.
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