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Concorso Letterario Santa Margherita
CRISTALLERIA
Chiara Benzi

Siamo nello scantinato di una casa di campagna; c'è polvere ovunque e un odore di umido, di cose vecchie o dimenticate. In un angolo buio s'intravedono, accatastati alla rinfusa, scatoloni di varie dimensioni. Poco più in là, sul piano di marmo di un vecchio tavolo, qualcuno ha sistemato dei calici in cristallo; sono lì già da tempo, avvolti in morbidi mantelli di polvere. Tutto è immobilità, il silenzio, assoluto.
Oddio, quasi:
“E' assolutamente oltraggioso! Per quanto ancora ci lasceranno qui in mezzo a questo sudiciume?! Proprio io, poi, che sono allergico alla polvere!”
La voce nasale del flute taglia l'aria come fosse burro.
Il tumbler accanto a lui ribatte brusco: “Non mi sembra il momento di lamentarsi, siamo nel bel mezzo di un trasloco e c'è da esser grati che abbiano deciso di spostarci personalmente senza lasciarci alla mercé di qualche facchino con le mani di pastafrolla; avremmo fatto la fine della statuina del pastorello, pace all'anima sua”
“Perché, pensi che ci attenda un destino migliore? Sono mesi che quelli ci snobbano!”
“Dai, non preoccuparti, vedrai che è solo una fase”
“Una fase?! Ma se ci hanno escluso persino dal pranzo di Natale. No, dico, il pranzo di Natale!”
La voce ha una nota decisamente isterica che non sfugge al tumbler: sarà meglio intervenire prima che la situazione precipiti.
“Sai benissimo che lui sta soffrendo quanto noi; il vero problema è Ingrid. Da quando il medico l'ha messo a dieta stretta, quella è diventata peggio della Gestapo, retate a qualsiasi ora del giorno. Ti ricordi quella bottiglia di frizzantino che ha scovato il mese scorso dentro un doposci? L'ha tirata dalla finestra senza dire una parola, per un soffio non ammazza il postino”
Il flute sospira:“Non me lo ricordare, quel fustaccio biondo con tutte quelle bollicine, mi piange ancora il cuore”
“E comunque non sei certo l'unico ostracizzato” aggiunge piccata una coppa da champagne “io sono mesi che aspetto di sgranchirmi le gambe e invece niente, neppure per la laurea della figlia!”
“Ma vi ricordate com'era bella la vita solo qualche anno fa, dopo quel corso da sommelier?”
Sorrisi. Sospiri. Sguardi sognanti.
Il tumbler sbuffa: “Adesso non facciamone una tragedia. Sono sicuro che tra qualche mese tutto tornerà come prima”
“T'illudi, caro mio, quell'arpia ci ha imboscato qui perché conta di venderci alla prima occasione, vedrai”
Qualcuno annuisce, qualcun altro sospira.
Il tumbler tace, lo sguardo perso nei suoi pensieri.

E' scesa la notte. L'oscurità della cantina è appena attenuata dalla morbida luce lunare che filtra da un finestrotto.
Improvvisamente, un cigolio profana il silenzio: la porta della cantina si è aperta.
Una sagoma scura scende i pochi gradini. Nel buio compare la tremolante fiammella di un cerino che va a posarsi danzando sullo stoppino di una candela.
Il debole chiarore illumina il volto di un uomo alto e dritto come un fuso, nonostante la non più tenera età. In una mano tiene la candela, ora infilata in una vecchia bottiglia, nell'altra un panno immacolato. Sembra essere alla ricerca di qualcosa; si ferma davanti al tavolo e delicatamente, quasi stesse cogliendo un fiore, estrae un calice dal gruppo. Lo spolvera amorevolmente e poi, con gesti rapidi e sicuri, recupera una bottiglia da dietro un sacco di patate.

Il vino corre gioioso incontro al calice che lo accoglie attonito, perso nell'estasi del momento.
L'uomo osserva pensoso il bicchiere e, poco a poco, il suo volto si apre in un sorriso inatteso. Fa per portarsi il vino alle labbra ma poi sembra esitare. Sempre sorridendo, si gira e soffia sulla candela.
E' l'oscurità il solo colore degli amori proibiti.

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