CHINOTTO & CHARDONNAY
Roberto Cipolato
Chinotto & Chardonnay
La bottiglietta di chinotto era capitata sullo scaffale per caso agli inizi degli anni sessanta, nota stonata tra decine di bottiglie di vini rinomati. Per anni aveva guardato l'etichetta di quel vino pregiato, sbattuta davanti con quella serie di mirabolanti aggettivi: sapore morbido e vellutato, vivace, colore bianco paglierino dal sapore armonico ... Anche il nome aveva un che di elegante : Chardonnay a cui il chinotto contrapponeva un banale: estratto di citrus myrtifoglia. Persino il classico ragno da cantina aveva presto disfatto la sua tela, era giusto l'estate del sessantanove durante il concerto di Woodstock , non stava venendo bene, stesa com'era tra la piccola bottiglia di Chinotto ed una pomposa bottiglia di rosso di Borgogna dall'altra parte della cantina. Appese perciò la sua ardita costruzione tra quest'ultima ed un più dotato fiasco dei colli albani. Negli anni la polvere si era depositata, conferendo al chinotto un aplomb da vino di pregio, ma il suo momento magico in cui sarebbe stata stappata non arrivava mai. L'oste non si curava certo di pulirla ma ogni volta che scendeva in cantina e la sua mano si alzava verso lo scaffale il chinotto aveva un sussulto, ma finiva sempre che l'uomo agguantava qualcosa di più alto lignaggio ed in effetti nessuno aveva sentito da anni dire la dentro “ mi dia un chinotto”. Solo sul finire degli anni settanta durante una calda estate fu momentaneamente spostato per la prematura dipartita di uno champagne che mal contenne la sua frizzante vitalità esplodendo tragicamente gettando nello sconforto l'intero reparto di delicati vini rosè che si consolarono presto quando per far spazio alle pulizie vennero accostate all'annata di rossi robusti. Aveva passato dei brutti mesi in cella frigorifera stretto tra quelle tronfie lattine di birra sempre in fermento e pronte a far cagnara, sembravano conoscere solo loro il mondo. Gli stava poi particolarmente antipatica quella botticella di birra tedesca che la schiacciava con arroganza verso il fondo. Si ritrovò poi chissà come sullo scaffale del salone perché il barista non si decideva a buttarla, quella inutile solitaria bottiglia di chinotto. Sconsolato, il chinotto vide per decenni tutte le pubblicità possibili sul piccolo televisore appeso alla parete, ma di chinotto neanche l'ombra, beccandosi le derisiosi perfino dalle più disgustose moderne bibite in lattina, tutte muscoli e niente cervello. Un chianti classico, suo nuovo vicino, schietto e sincero gli trasmise il gusto dell'attesa e così, come in tutte le belle storie finalmente arrivò la svolta: l'icona sexy del momento rilasciò un intervista rispondendo ad una acuta ed originale domanda della giornalista di gossip, riguardo al segreto della sua bellezza, “ cara, assumo quotidianamente Citrus myrtifolia e un buon bicchiere di vino “. Centinaia di giornalisti di tutto il modo ed esperti delle riviste patinate si tuffarono su internet ed enciclopedie per scoprire quale preziosa e rara radice fosse questo misterioso ingrediente. Da quel giorno il chinotto ebbe un impennata di consumi, e non fu raro vedere nei menù la scritta Chinotto D.O.C. ( lieve retrogusto Chardonnay ) Il nome venne inglesizzato nel più accattivante Kennie, il prezzo triplicò, bibite disgustose vennero immolate nel lavandino per far spazio a colonie di chinotto, tante belle bottigliette alternate a vini blasonati, una a fianco all'altra, stessa distanza e comoda involontaria simmetria per un ragnetto figlio della generazione dei fiori poco propenso alle fatiche degli avi che si avvicinò con la “ bava “ alla bocca alla rinobilitata bevanda.
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