Menu
Concorso Letterario Santa Margherita
GIALLO PAGLIERINO
Daniele Guarneri

L'odore fruttato mi colpì il volto come uno schiaffo.
Spalancai gli occhi di stupore, perdendo il fuoco sulla cantina gremita di avventori, che lentamente divenne una sfumata nebbia di voci.
Sentore di mughetto. Perfetto con l'orata. Da accompagnare, anche, a certi formaggi delicati di latte d'asina.
Tutti tentavano invano di decifrare l'aroma del liquido giallo paglierino che riempiva i nostri calici, ma nessuno - tranne me - possedeva la chiave del mistero. Per questo, lo sguardo curioso e a tratti ebete rivolto verso la mia persona, aspettavano che io dipanassi i fili intrecciati del suo gusto intenso. Totalizzante, come lo avevano definito alcune testate specialistiche, adducendone la perfezione a un retrogusto di cuoio assai raro nei vini bianchi.
Trattenni il primo conato mordendo le labbra fino a farle sanguinare e riportai il calice al naso. Un singhiozzo feroce mi fece invece sussultare.
Il peso degli sguardi sgomenti sulla mia fronte madida non fece altro che farmi aggrappare più forte al bicchiere, come se il calice di cristallo potesse in qualche maniera reggere il mio peso e quello del mio segreto.

Lei se ne era andata via. Aveva saltato i tre gradini che la separavano la nostra casa, la terra promessa, dal mondo, con una leggerezza del passo che mi aveva stupito. I tacchi avevano battuto sul granito un tempo blues, un blues veloce e fastidiosamente allegro, accompagnato dalla pioggia leggera di ottobre. Gli esili polsi avevano accennato un saluto che sembrava un tremito di foglie.
Ed era scomparsa.
E con lei l'aroma di violetta che rendeva il mio vino prezioso.

Come spiegarlo, ora, a questa prima fila di saccenti beoni che era il sapore della sua pelle quello che cercavo, con il paziente lavoro di anni, di infondere al vino? Che senza di lei non esisteva più nulla che avesse un significato per il mio prepotente senso del gusto. Mi rimaneva solo quella nausea feroce che mandava in aceto il palato.
Il solo modo che conoscevo per tornare senza indugio alle sue cosce era chiudere gli occhi.
Abbassai quindi le palpebre, nonostante il brusio della platea ancora mi disturbasse. Le serrai con rabbia, come a scacciare il rumore, come abbassando una saracinesca ci si ritrova isolati.
Fermai la mente, senza bere e respirando profondamente.
L'afrore acerbo del vino me la riportò alla memoria, ne disegnò con esattezza il profilo, la curva delle anche, il seno appena accennato. I capelli che scivolavano castani sulle spalle minute.
Mi rividi mentre mi avvicinavo a lei, potevo avvertirne il calore voluttuoso delle cosce, il percorso di velluto che conduceva a dove il suo elisir inebriante veniva stillato, il solo luogo capace di portarmi all'oblio e lasciarmi inerme e ubriaco, fino al risveglio.
Invece, la sensazione ignominiosa del vetro mi costrinse a riaprire gli occhi. Di lei, ahimè, c'era solo il profumo.
Avrei voluto piangere, se la nausea non mi avesse attanagliato lo stomaco prendendosi tutte le attenzioni. Strinsi quindi il bicchiere, maledetto, e mi appartai in un angolo scuro e lontano cercando ancora nella memoria l'origine della perfezione del mio vino: il sale della sua pelle che mescevo in diciannove gocce per botte, tre lacrime a bottiglia, uno striscio delle labbra. Sprofondai nel ricordo del suo sapore fin quasi a soffocare, poi il gusto ferrugineo del sangue mi invase la bocca. In mano solo un vetro spezzato e decine di minuscole schegge che nuotavano sotto la mia pelle.
Il dolce, misterioso nettare scivolò dalle mani sul vestito, e per terra.
Finito, era tutto finito: lei non c'era più.
La gente mi guardò come se l'avessi uccisa. Anche se nessuno sapeva che quella era l'ultima bottiglia di Pinot grigio Cassandra Süskind. L'ultima prima che andasse via lei.
Il dolore salì, lentamente, a fiotti.
Vomitai un denso liquido giallo paglierino.
Di lei non era rimasto più niente.
Vai all'archivio

Sottoscrivi l'RSS del racconto del giorno