A ME NON PIACE IL VINO
Chiara Folci
Gli ultimi bagliori del sole salutano l'Oceano mentre lo sorvoliamo. La gente della business class, dove sono finita per un colpo di fortuna generato da un overbooking imprevisto, sfoglia riviste e cerca di mantenere un certo tono, nonostante le palpebre sì stiano facendo pesanti per tutti. La notte si dipinge sul finestrino, in una varietà di blu affamati delle acque sottostanti e intenzionati a fondersi in un'oscurità assoluta. «Desidera qualcosa? Una bibita, del vino...» La domanda della hostess mi coglie allo sprovvisto, portandomi a bofonchiare: «No grazie, non mi piace il...» Mi zittisco immediatamente, correggendo le mie parole con una semplice ed educata richiesta dì una bottiglia d'acqua.
Il mio cellulare prese a vibrare insistentemente quando stava passando la metropolitana. Per quanto potessi cercare di improvvisare un angolo dove infilarmi per ridurre il rumore del treno sferragliante, la mia voce fu accompagnata da un indistinto amalgamo di suoni quando risposi alla chiamata.
La conversazione con mia madre iniziò con: "Sarah, ho ricevuto una telefonata" e da quelle poche parole ebbi l'intuizione che non mi contattava per sapere come stavano andando le ultime giornate di primavera. Si perse in un discorso sulle radici e sul verde smeraldo delle foglie quando vengono nutrite da un terreno fecondo: non era facile cogliere le sue immagini metaforiche, ma mtuii che il suo scopo era di promuovere Una fervente propaganda a favore della famiglia.
La strada e i suoi rumori erano un ricordo ormai indistinto quando mi venne rivelato il motivo di tanti giri di parole. Un nostro lontano parente stava per compiere novant'anni e, per l'occasione, aveva deciso di radunare quanti più consanguinei potesse trovare sulla superficie del pianeta. Fantastico, avevo risposto con poco entusiasmo, invitando mia madre a raggiungerlo e celebrare il grande evento. La mia curiosità fu colta dal suo disdegno:
«Sai bene che non mi piacciono gli aerei. Devi assolutamente andare, lo zio Giuseppe fa un ottimo vino!»
«E a me non piace il vino. Ma dove vive questo zio?»
Fu così che mi lasciai convincere dall'insistenza materna e salii senza rendermene conto sul primo volo per l'Italia. Peppone viveva in Puglia, in un paesino dal nome impronunciabile che trovai a fatica fra l'elenco delle fermate. Non capivo la lingua del posto e ben pochi capivano la mia: mi trovai in un vagone vuoto, con il paesaggio che scorreva a rilento e una gran voglia di dormire. Un caldo torrido bruciava 1* aria a ogni sosta e, quando scesi alla mia destinazione, mi parve di non poter respirare. Nessuno mi aspettava in stazione e dovetti orientarmi con l'aiuto di alcune vecchiette della zona che gesticolavano e schiamazzavano vivacemente. Non un filo d'aria mi accompagnò mentre mi arrampicai per le vie; le pareti bianche delle case erano abbaglianti e non avevo mai visto un cielo tanto blu. Quando raggiunsi la porta d'ingresso ero talmente stanca e disorientata che, se ne avessi avuto le forze, sarei corsa fino all'aeroporto per tornare negli Stati Uniti.
Una ventina di voci differenti mi accolsero - nessuna in Inglese, delle braccia mi afferrarono, venni baciata e stretta a un'infinità di toraci. Finiti tali rituali, rimasi bloccata al centro della stanza, perseguitata da quelle che mi parvero una Bibbia di domande, ma che non potevo capire. Nella confusione, notai lo zio Giuseppe a capotavola; sollevando la bottiglia mi fece capire di avvicinarmi per provare il suo vino e, per quanto cercassi di rifiutare, fui sospinta dai parenti.
Quando tutti ebbero preso posto, cadde un silenzio religioso. Peppone versava il vino a ognuno, anche ai bambini, il suo vino tanto amato e prodotto dalle sue stesse mani nodose. Il suo viso rugoso si raggrinzì, mostrando un grande sorrìso e invitandoci a brindare. Inghiottii di colpo. «? buono, eh?»
Annuii intuendo la domanda, piacevolmente sorpresa, degustando l'orgoglio di una vita intera e assaporando il profumo della famiglia.
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